Tiroidite di Hashimoto: sintomi, cura e dieta

Tiroidite di Hashimoto: sintomi, cura e dieta

La tiroidite di Hashimoto è una delle patologie tiroidee più diffuse, nonché causa principale di ipotiroidismo primario, soprattutto nei Paesi sviluppati e nelle aree geografiche in cui l’apporto di iodio è scarso.

Nella maggior parte dei casi, si associa a un aumento di volume del collo, detto “gozzo”.
Si tratta di una malattia autoimmune legata a un difetto del sistema immunitario, il quale smette di riconoscere la tiroide come parte integrante dell’organismo.

Ciò fa sì che il corpo cominci a produrre anticorpi che attaccano la tiroide, causandone l’infiammazione. Questa patologia fa parte delle cosiddette tiroiditi croniche autoimmuni. È stata classificata come malattia genetica, essendo legata a una chiara predisposizione genetica.

Colpisce soprattutto le donne e può manifestarsi a qualsiasi età, sebbene la fascia più a rischio sia quella compresa tra i 40 e i 59 anni.

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Cos’è la tiroidite di Hashimoto?

Il nome della malattia deriva da un medico giapponese, il dottor Hakaru Hashimoto, che nel 1912 descrisse per primo un caso di tiroidite con infiltrazione leucocitaria, oggi nota anche come tiroidite cronica autoimmune.

Come accennato, esistono persone particolarmente predisposte a sviluppare questa malattia, avendo altri casi in famiglia. Spesso, capita che la malattia in questione salti una generazione.

Generalmente, ne sono affetti soprattutto coloro che soffrono di altre patologie autoimmuni, tra cui la celiachia, la vitiligine e il diabete.

Inoltre, colpisce frequentemente gli individui affetti da malattie genetiche come la sindrome di Turner, la sindrome di Down e la sindrome di Klinefelter.

Per avere conferma della diagnosi effettuata tramite esame obiettivo è necessario sottoporsi ad ulteriori esami, quali analisi del sangue ed ecografia.

Le prime servono a verificare la presenza dei cosiddetti anticorpi aTPO (antitireoperossidasi) e aTG (antitireoglobulina), nonché il livello di alcuni ormoni, tra cui la tiroxina (T3), la triiodotironina (T4) e il TSH (ormone tireostimolante, prodotto dall’ipofisi per stimolare la tiroide).

Quest’ultimo è l’indicatore più affidabile in assoluto per verificare la funzionalità tiroidea.

La sua presenza è bassa in caso di ipertiroidismo e alta in caso di ipotiroidismo.

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Cause

Questa patologia causa il danneggiamento della ghiandola tiroidea, situata nella parte anteriore del collo.

A danneggiarla sono gli anticorpi prodotti dall’organismo, il quale non riesce più a riconoscere la tiroide come elemento integrante del corpo.
Per tale motivo, la malattia rientra nel novero delle tiroiditi autoimmuni.

In risposta a questa aggressione, le cellule della tiroide tendono a sviluppare un processo infiammatorio che porta a una riduzione progressiva della funzionalità della ghiandola.

I motivi alla base di questa aggressione non sono stati ancora del tutto chiariti. La malattia sembra, infatti, avere origini multifattoriali: finora sono stati indagati eventuali fattori ereditari, ma anche dietetici.

A tal proposito, pare che un aumento improvviso di iodio possa velocizzare il progredire della malattia. Anche il sesso sembrerebbe avere un ruolo determinate, essendo questo disturbo molto più diffuso tra le donne, con un rapporto di 8:1.

Infine, alcune ricerche hanno evidenziato come l’età peggiori il rischio di ammalarsi (in genere, la patologia di Hashimoto fa il suo esordio tra i 40 e i 59 anni).

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Sintomi

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La tiroidite di Hashimoto può restare asintomatica per molto tempo.

In genere, il suo esordio è subdolo, in quanto inizia a danneggiare la ghiandola senza che la persona possa accorgersene.

La progressione della malattia è molto lenta e possono passare parecchi anni prima che venga diagnosticata. A volte, questa tiroidite viene riconosciuta soltanto quando i danni alla tiroide sono irreversibili. Nel frattempo, l’infiammazione causata dagli anticorpi determina un lento calo degli ormoni tiroidei nel circolo sanguigno, che si accompagna con l’insorgenza di alcuni segnali, tipici dell’ipotiroidismo.

Questi variano in base allo stadio della malattia. Inizialmente, il paziente può riscontare una certa debolezza e una tendenza ad affaticarsi rapidamente, sintomi che possono essere erroneamente interpretati come le tipiche manifestazioni dell’età che avanza. Col passare del tempo e in assenza di un trattamento adeguato, i sintomi tendono a diventare sempre più invalidanti.

Possono comparire:

  • pallore e freddezza cutanea
  • una ridotta tolleranza al freddo e alle basse temperature
  • depressione
  • stitichezza
  • aumento di peso
  • ipercolesterolemia
  • ritenzione idrica
  • voce rauca
  • dolori diffusi
  • rigidità muscolare e articolare
  • funzione intestinale rallentata
  • difficoltà a concentrarsi
  • sbalzi d’umore e tendenza al pessimismo

In particolare, il viso dei pazienti tende a presentarsi gonfio.

In risposta alla diminuita produzione di ormoni tiroidei, l’ipofisi (che regola l’attività del sistema endocrino) compensa questo deficit stimolando maggiormente la tiroide, allo scopo di accelerarne la produzione ormonale.

Per ottenere quanto detto, l’ipofisi produce livelli più elevati di TSH (un ormone deputato alla stimolazione della tiroide). Nel lungo periodo, ciò causa un ingrossamento della ghiandola, che con il tempo tende a diventare sempre più visibile.

Ecco spiegato il motivo per cui questa malattia può provocare un ispessimento della regione anteriore del collo, causato proprio dall’aumento delle dimensioni della tiroide.

Oltre alle ovvie ripercussioni psicologiche ed estetiche, il gozzo può determinare problemi di deglutizione e/o respiratori. Prima che la malattia venga diagnosticata e il gozzo si manifesti in maniera evidente, il paziente può percepire una sensazione di tensione a livello del collo.

La buona notizia è che questo rigonfiamento del collo tende a diventare visibile soltanto quando la malattia è già in stato avanzato.
Ciò fa sì che, adottando una terapia efficace, questo sintomo possa essere facilmente prevenuto.

A causa degli alti livelli di colesterolo cattivo, gli individui affetti da tiroidite di Hashimoto non adeguatamente trattati sviluppano un elevato rischio cardiovascolare, spesso peggiorato dalla presenza di cardiomegalia (un sensibile aumento delle dimensioni del cuore). In fase avanzata, la malattia si accompagna quasi sempre con forme depressive acute, che possono determinare anche un importante calo delle facoltà mentali e della libido.

Infine, la patologia, se non trattata in maniera adeguata, può causare una manifestazione clinica nota come mixedema, che determina la presenza di alcuni segnali piuttosto chiari: la pelle del volto appare sempre più secca e rugosa, la bocca semiaperta, i capelli e le sopracciglia sempre più radi, la cute giallognola, spessa e fredda, le unghie fragili, tendenti al giallo e piene di microlesioni.

Cura

Ad oggi, non esiste un vero e proprio trattamento specifico per la tiroidite di Hashimoto.

Poiché nella maggior parte dei casi la malattia sfocia in ipotiroidismo, la terapia cui i medici ricorrono prevede l’assunzione di Levotiroxina (ormone tiroideo).

Se assunto in dosi adeguate, il farmaco non dà vita a nessun effetto collaterale, essendo l’ormone sintetico ben tollerato dall’organismo e identico in tutto e per tutto a quello naturale.

Fondamentale per tenere sotto controllo l’efficacia della terapia è il monitoraggio clinico, che va effettuato annualmente.
La cattiva notizia è che il trattamento, in genere, dura per tutta la vita.

Dieta

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Sebbene la somministrazione di Levotiroxina sia fondamentale, soprattutto nei casi più gravi e in tutti quelli individuati dal medico, l’alimentazione può aiutare a combattere l’infiammazione in maniera efficace.

La tiroidite di Hashimoto rientra tra i disturbi a carico della tiroide più diffusi nei Paesi sviluppati.

I sintomi tipici di questa condizione clinica possono influire in maniera significativa sulla qualità della vita del paziente.
Parecchi studi scientifici hanno dimostrato come un’alimentazione basata sull’esclusione di determinati cibi, accompagnata da uno stile di vita sano, possa migliorare il decorso della malattia.

L’importanza dell’alimentazione e dello stile di vita

I due fattori appena citati svolgono un ruolo cruciale nella gestione della malattia, soprattutto perché molti pazienti lamentano sintomi anche durante l’assunzione dei farmaci.

Nel corso del tempo, la ricerca scientifica ha posto l’accento sull’importanza della dieta, fondamentale per combattere efficacemente l’infiammazione tipica della patologia di Hashimoto.

Tale infiammazione, infatti, può essere aggravata dall’alimentazione; inoltre, quest’ultima può ridurre il rischio di complicazioni, tra cui ipercolesterolemia, diabete e obesità.

Alcuni studi hanno dimostrato come limitare il consumo di alcuni alimenti, assumere taluni integratori e apportare modifiche sostanziali al proprio stile di vita possa migliorare la qualità della vita del paziente e lenire la gravità dei sintomi.

Un regime alimentare adeguato può contribuire efficacemente alla riduzione del tessuto infiammato, nonché rallentare i danni provocati dagli anticorpi.

Ovviamente, una dieta corretta servirà anche a gestire meglio il peso corporeo, il colesterolo e la glicemia.

Linee guida generali

Tra le linee guida generali relative alla dieta consigliata ai soggetti con tiroidite di Hashimoto si legge che:

  • Si consiglia di aumentare il consumo di alimenti antinfiammatori.
    Quali? La dieta delle persone con ipotiroidismo dovrebbe includere frutta e verdura di stagione e pesce ricco di omega 3.
    Tali alimenti sono in grado di alleviare i sintomi e ridurre lo stress ossidativo, condizione alla base dell’infiammazione cronica
  • L’intolleranza al lattosio è estremamente diffusa tra le persone con tiroidite di Hashimoto: pertanto, eliminare i latticini potrebbe alleviare gli eventuali problemi digestivi, così come migliorare l’assorbimento dei farmaci e la funzione tiroidea
  • Un altro consiglio prezioso è quello di consumare cibi integrali e ricchi di nutrienti.
    Seguire un’alimentazione povera di zuccheri aggiunti e cibi trasformati aiuta a ridurre la gravità dei sintomi correlati alla patologia. Pertanto, si raccomanda di evitare i cibi spazzatura e quelli di origine industriale, favorendo il consumo di alimenti ricchi di fibre e antiossidanti

Cosa mangiare

I soggetti con malattia di Hashimoto dovrebbero prediligere:

  • Frutta, tra cui mele, pere, agrumi, pesche, banane e ananas
  • Verdure amidacee, tra cui patate, patate dolci, piselli, zucca
  • Verdure non amidacee quali carciofi, zucchine, asparagi, pomodori, peperoni, carote, rucola, broccoli, funghi
  • Grassi sani, come quelli contenuti in avocado, olio di cocco, olio extravergine d’oliva, yogurt intero
  • Proteine ​​animali derivanti da uova, salmone, merluzzo, gamberi, tacchino e pollo
  • Cereali senza glutine, tra cui riso integrale, quinoa, avena
  • Semi oleosi e frutta secca quali anacardi, semi di zucca, semi di girasole, mandorle, noci macadamia, noci, burro di arachidi senza zucchero
  • Legumi, tra cui ceci, lenticchie, fagioli neri
  • Spezie ed erbe aromatiche come basilico, rosmarino, zafferano, paprika, pepe nero, miele, salsa tahini, aceto di mele
  • Bevande come acqua, tisane e tè verde privi di zucchero e dolcificanti artificiali

Cosa integrare

Esistono alcuni integratori in grado di aiutare il paziente a ridurre l’infiammazione. Inoltre, va detto come le persone affette da tale condizione abbiano maggiori probabilità di sperimentare carenze importanti. Tra i nutrienti che bisognerebbe integrare figurano:

  • il selenio
  • lo zinco (essenziale per la funzione tiroidea)
  • il ferro (i pazienti con Hashimoto hanno maggiori probabilità di sviluppare anemia)
  • il magnesio
  • le vitamine del gruppo B
  • la vitamina D (è stato notato come le persone affette da questa malattia abbiano livelli bassi di questa vitamina)
  • la curcumina (sostanza ricca di proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, in grado di proteggere la tiroide)

Regime alimentare Gluten Free

Come accennato nei paragrafi precedenti, è stata scoperta una correlazione tra celiachia e malattia di Hashimoto.

A confermarlo sono alcune ricerche scientifiche recenti, che hanno sottolineato come i pazienti con Hashimoto abbiano maggiori probabilità di sviluppare intolleranza al glutine. Pertanto, i medici raccomandano a tutti coloro cui è stato diagnosticato il disturbo di sottoporsi a uno screening per la celiachia.

Evitare il glutine, inoltre, riuscirebbe ad alleviare molti dei sintomi della malattia, poiché l’assenza di glutine pare essere in grado di ridurre i livelli di anticorpi tiroidei e migliorare la capacità dell’organismo di metabolizzare la vitamina D.

Inoltre, vale la pena sottolineare come i pazienti con malattia di Hashimoto, o altre malattie autoimmuni, possano trarre beneficio da un’alimentazione priva di glutine nonostante non siano celiaci.

Dieta Protocollo Autoimmune

Questa particolare dieta venne formulata per i pazienti affetti da malattie autoimmuni.

La dieta del protocollo autoimmune (AIP) è un regime alimentare ad eliminazione graduale e va prescritta e monitorata da medici esperti in nutrizione.

Prima di adottare un regime alimentare di questo tipo, adatto soltanto ad alcune categorie di pazienti, è fondamentale chiedere il parere di un medico e attenersi fedelmente alle sue indicazioni.

Da questa dieta sono esclusi alcuni cibi ritenuti dannosi. Tra questi figurano:

  • i cereali
  • i latticini
  • gli zuccheri aggiunti
  • il caffè
  • i legumi
  • le uova
  • le bevande alcoliche
  • le noci
  • i semi oleosi
  • oli e additivi alimentari

 

È molto importante che la patologia tiroidite di Hashimoto venga affrontata con il supporto di un medico endocrinologo, che provvederà ad assegnare al paziente una cura adeguata.

Tuttavia, in questi casi anche il ruolo di un nutrizionista esperto è cruciale. Come abbiamo visto, l’alimentazione è fondamentale, in quanto la salute del paziente passa anche e soprattutto attraverso la scelta dei cibi. L’assunzione di determinati alimenti può aiutare a ridurre la sintomatologia fino alla quasi totale scomparsa dei disturbi più gravi.

Uno degli elementi più importanti è il selenio, presente in basse concentrazioni nella maggior parte delle cose di cui ci nutriamo. Potrebbe essere utile, pertanto, aumentare il consumo di patate, tonno fresco, carne di cavallo, polpo, orata, sogliola e merluzzo. È altrettanto importante incrementare il consumo di cibi ricchi di omega 3 (frutta secca e pesce azzurro), nonché di vitamina A, C ed E, considerati i più potenti antiossidanti presenti in natura. Via libera, quindi, a carote, agrumi, kiwi, peperoni, zucca, pomodori, olio extravergine d’oliva, zenzero e curcuma. Al contrario, meglio ridurre il consumo di caffè.

Gabriella Vico
Sportiva professionista per più di 15 anni, Coach Fitness e Coach nutrizionale, condivido con i miei lettori tutte le mie conoscenze e le mie astuzie per aiutarli a vivere a lungo, con una miglior forma fisica ed un’ottima salute.